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Givinostat è un farmaco inibitore delle deacetilasi istoniche che ha dimostrato una attività nell'inibire la proliferazione delle cellule JAK2 V617F mutate ed anche una efficacia clinica e una buona tollerabilità in pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche. In questo studio multicentrico, in aperto di fase II, 44 pazienti con policitemia vera che non avevano ottenuto una buona risposta con idrossiurea, sono stati trattati con Givinostat (50 o 100 mg/die) in associazione con la massima dose tollerata di idrossiurea. Una risposta parziale o completa è stata osservata in circa il 50% dei pazienti dopo 12 settimane di terapia, e il controllo del prurito in circa il 65%. La combinazione di questi due farmaci è stata ben tollerata. Eventi avversi correlati al farmaco sono stati un aumento del potassio nel sangue, senza rilevanza clinica, una riduzione delle piastrine e una aritmia cardiaca (tutti grado 2), anemia grado 3 e disturbi gastrointestinali di grado inferiore a 3. Il beneficio clinico più rilevante è stata la riduzione del prurito, oltre al controllo dei valori ematici. Givinostat ha invece mostrato una scarsa efficacia sulla riduzione della splenomegalia, suggerendo che agisca con un meccanismo d'azione diverso rispetto ai farmaci JAK2 inibitori.
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Le caratteristiche cliniche principali della mielofibrosi comprendono anemia progressiva e/o splenomegalia, frequentemente associata a debilitanti sintomi costituzionali (stanchezza, sudorazione notturna, dolori ossei, prurito e tosse) e perdita di peso. L'argomento di questo lavoro è la fase di aumento della dose effettuata in un singolo centro (Mayo Clinic) della sperimentazione clinica del farmaco CYT387, un potente JAK-1/2 inibitore, con lo scopo di determinarne la sicurezza e la tollerabilità e di individuare una dose terapeutica per la fase di conferma. CYT387 è ben tollerato e produce una significativa risposta su anemia, splenomegalia e sui sintomi nei pazienti con mielofibrosi. Tra i 33 pazienti che effettuavano trasfusioni di globuli rossi nel mese prima dell'ingresso nello studio, il 70% ha raggiunto un periodo minimo di 12 settimane senza trasfusioni (range da 4,7 a >18,3 mesi). La maggior parte dei pazienti hanno avuto un miglioramento dei sintomi costituzionali. Le reazioni avverse di grado 3/4 includevano trombocitopenia (32%), iperlipasemia (5%), elevati valori di transaminasi epatiche (3%) e cefalea (3%). Una neuropatia periferica correlata al trattamento di nuova insorgenza è stata osservata nel 22% dei pazienti. Una fase dello studio multicentrica, per la conferma della dose, che ha arruolato ulteriori 106 pazienti, è stata successivamente avviata alla massima dose tollerata o al dosaggio inferiore di CYT387; l'analisi di questi dati è in corso.
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Il COMFORT-I (Controlled Myelofibrosis Study With Oral JAK Inhibitor Treatment–I) è uno studio di fase III, in doppio cieco, randomizzato fra Ruxolitinib e placebo, condotto negli Stati Uniti in pazienti con mielofibrosi di grado intermedio-II e alto. L'obiettivo primario dello studio era la riduzione statisticamente significativa delle dimensioni della milza nel gruppo di pazienti trattati con il farmaco; tale obiettivo è stato raggiunto e i risultati sono già stati pubblicati. Gli obiettivi secondari includevano le modifiche dei sintomi della malattia, per la cui valutazione sono stati utilizzati diversi questionari: MFSAF (form di valutazione dei sintomi della mielofibrosi) versione 2.0, EORTC QLQ-C30 (questionario per la qualità di vita dell’Organizzazione Europea per la ricerca e il trattamento del cancro), PROMIS (sistema di misurazione delle informazioni riportate dai pazienti per la stanchezza- "fatigue"), PGIC (impressione globale di cambiamento del paziente). Dopo almeno 24 settimane di terapia, il 45.9% dei pazienti che assumevano Ruxolitinib aveva ottenuto una riduzione di almeno il 50% dei sintomi valutati con l’MFSAF, contro il 5.3% dei pazienti in placebo. Un peggioramento dei sintomi si è avuto nel 3.9% dei casi nel braccio trattato con ruxolitinib contro il 33.0% di quelli che assumevano placebo. Anche gli altri questionari utilizzati hanno dimostrato un soggettivo miglioramento nei pazienti trattati con il farmaco rispetto al placebo, in linea con i risultati del MFSAF. Il questionario MFSAF si conferma pertanto, come già dimostrato in altri studi, quello più utile nei pazienti con mielofibrosi. Da sottolineare inoltre che un miglioramento dei sintomi è stato riportato anche nei casi trattati con il farmaco che non hanno ottenuto una risposta ottimale sulla riduzione della milza.
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Le Malattie Mieloproliferative Croniche (MPNs) sono un gruppo di patologie caratterizzate dell’espansione clonale della cellula staminale emopoietica classificate come Policitemia Vera, Trombocitemia Essenziale (TE) e Mielofibrosi (MF) in base al loro differente fenotipo clinico e citomorfologico. L’identificazione della mutazione V617F del gene JAK2 in queste patologie ha permesso di avere delle informazioni sulla loro patogenesi oltre che di avere uno strumento utile per la definizione della diagnosi. Ad oggi, nonostante parecchi studi abbiano fornito delle ipotesi sull’argomento, non è però chiaro come una singola mutazione possa essere causa di tre fenotipi patologici differenti. Gli autori di questo lavoro hanno ipotizzato che il diverso fenotipo sia dovuto ad una differenza di espressione a livello di RNA messaggero tra l'allele mutato e l'allele normale. Tale fenomeno viene chiamato sbilanciamento dell'espressione allelica ed è causato o dalla presenza di polimorfismi genetici o da meccanismi epigenetici capaci di attivare l'espressione di un particolare allele in modo preferenziale rispetto all'altro. In questo studio i ricercatori hanno dimostrato che l'allele mutato viene espresso ad un livello di 3 volte superiore rispetto a quello wild-type in campioni provenienti da pazienti affetti da TE e di 2 volte superiore in quelli ottenuti da pazienti affetti da PV. Non si sono osservate differenze statisticamente significative nei campioni prelevati da pazienti con MF, sebbene il numero dei campioni valutati sia da aumentare per potere validare questo dato. Inoltre, i risultati ottenuti in questo studio suggeriscono la possibilità che nei pazienti in cui l'allele mutato è presente in omozigosi lo sbilanciamento allelico potrebbe non avvenire. Pertanto, i dati ottenuti in questo studio evidenziano che il meccanismo dello sbilanciamento allelico potrebbe contribuire alla differente manifestazione fenotipica delle diverse MPNs.
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I criteri diagnostici della trombocitemia essenziale (TE) sono stati recentemente rivisti nell'ambito della classificazione WHO. Tuttavia, tra i pazienti affetti da TE il rischio di trombosi può variare e deve essere stabilito al momento della diagnosi. A questo scopo, è stato sviluppato un nuovo modello prognostico per la trombosi detto IPSET-trombosi (International Prognostic Score for ET-trombosi) in grado di fornire un valore prognostico in base ad alcuni fattori di rischio presenti alla diagnosi. In particolare l'età oltre i 60 anni, la precedente storia di trombosi, i fattori di rischio cardiovascolari (ipertensione arteriosa, diabete o fumo) e la presenza della mutazione V617F di JAK2 hanno un impatto significativo sul rischio trombotico. Il modello IPSET-trombosi è stato sviluppato e validato in una coorte di 891 pazienti con diagnosi di ET secondo i recenti criteri WHO. È stato dato un punteggio a ciascun fattore di rischio: 1 all'età >60 anni e ai fattori di rischio cardiovascolari e 2 agli eventi trombotici pregressi e alla mutazione V617F di JAK2. Su questo punteggio totale si sono calcolate diverse categorie di rischio trombotico: per la categoria a basso rischio (punteggio totale 0-1) la probabilità di sviluppare una trombosi è stata di 1% pazienti all’anno, per i pazienti nella categoria intermedia (score 2) di 2,3% pazienti all’anno e per la categoria ad alto rischio (score 3 o più) la probabilità è aumentata fino a 3,5% pazienti all’anno. In conclusione, il modello IPSET-trombosi è uno strumento aggiornato ed efficiente per predire il rischio trombotico nei pazienti affetti da trombocitemia essenziale alla diagnosi.
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Il recettore tirosin chinasico Flt3 è espresso ad alti livelli nella maggior parte delle leucemie mieloidi e linfoblastiche ed è stato considerato per anni un potenziale bersaglio per composti che ne inibissero l'attività chinasica.
In questo studio, utilizzando un topo con una mutazione del gene c-Cbl nel dominio RING finger come modello di patologia mieloproliferativa, viene dimostrato come tale malattia dipendente da un'aumentata trasduzione del segnale wild-type di Flt3, possa essere trattata efficacemente con AC220 (conosciuto anche come quizartinib), un potente inibitore di Flt3, altamente selettivo e con eccellenti proprietà farmacocinetiche, al contrario di altri inibitori usati in precedenza. Questo modello di topo mostra una popolazione ampliata di progenitori multipotenti. La somministrazione giornaliera di AC220 determina una riduzione marcata nell'espressione di Flt3, induce la quiescenza dei progenitori e una loro significativa diminuzione entro i primi quattro giorni di trattamento, seguita da una rapida ripresa della proliferazione, parallela all'induzione del ligando di Flt3, la quale previene l'ulteriore perdita di progenitori. L'attività di questo ligando crea una forza che si oppone all'azione di AC220 determinando l'instaurarsi di un ambiente che permette ai progenitori Flt3 positivi di ciclare ad una velocità simile a quella dei topi trattati con un placebo.
I dati indicano che i pazienti con mutazioni c-Cbl e similmente quelli con una aumentata trasduzione del segnale di Flt3 wild-type potrebbero rispondere bene ad AC220 permettendo loro un tempo di remissione sufficiente per un trapianto di cellule staminali. Monitorare la produzione del ligando di Flt3 in studi clinici potrebbe fornire una indicazione della risposta dei pazienti agli inibitori di Flt3 e guidare nella somministrazione di farmaci citotossici nella finestra di tempo in cui le cellule sono più sensibili.
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Le mutazioni di IDH1 e IDH2, geni codificanti per enzimi Isocitrato deidrogenasi, sono frequentemente riscontrate in gliobastomi umani e in leucemie mieloidi acute (AML) citogeneticamente normali. Questi enzimi catalizzano la conversione dell'isocitrato ad a-ketoglutarato (aKG) in maniera dipendente da NADP+. Le mutazioni che colpiscono gli enzimi IDH1 e IDH2 sono mutazioni "gain-of-function", ovvero determinano un'acquisizione di funzione e guidano la sintesi dell'oncometabolita R-2-idrossiglutarato (2HG). I campioni tumorali che presentano queste mutazioni, infatti, hanno i livelli di 2HG circa 100 volte maggiori rispetto ai controlli. 2HG inibisce in modo competitivo le metilcitosina diossigenasi Tet (Tet2), le quali regolano la metilazione del DNA, così come gli enzimi istone demetilasi che contengono il dominio JmjC. Di conseguenza, le cellule umane di AML con mutazione di IDH1/IDH2 mostrano una globale ipermetilazione del DNA. Rimane comunque non chiaro come queste mutazioni modifichino lo sviluppo delle cellule mieloidi e promuovano la leucemogenesi. In questo studio gli autori riportano il fenotipo di topi che esprimono IDH1 mutato (R132H) nel sistema ematopoietico. Questi topi sviluppano un fenotipo ematologico anormale, inclusi anemia, splenomegalia ed ematopoiesi extramidollare. Questi topi sono caratterizzati da un'espansione dei progenitori ematopoietici, incluso un incrementato numero di cellule staminali ematopoietiche (HSC) e di progenitori più differenziati. Gli autori hanno riscontrato che le HSC dei topi con la mutazione di IDH1 presentano un aumento significativo della metilazione a livello dei siti CpG, paragonate alle cellule di controllo, in particolar modo a livello delle regioni promotrici e intrageniche. Inoltre, le cellule mieloidi di questi topi mutati presentano anche ipermetilazione degli istoni e cambiamenti nella metilazione del DNA, paragonabili a quelli osservabili nelle cellule umane di AML mutate in IDH1 e IDH2. Queste scoperte dimostrano che le mutazioni di IDH1 e IDH2 contribuiscono alla trasformazione delle cellule nel sistema ematopoietico e approfondiscono la nostra comprensione del legame tra queste mutazioni e la leucemogenesi.
Per di più, lo sviluppo di questo modello fornisce una strada per la sperimentazione pre-clinica di inibitori di IDH1 e IDH2, in modo tale da capire se questo approccio possa rappresentare una potenziale terapia per il sottogruppo di pazienti portatori di mutazioni IDH.
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La resistenza ai farmaci è ad oggi una delle più grandi sfide nel trattamento delle leucemie mieloidi croniche (CML). Studi clinici evidenziano infatti come farmaci inibitori delle mutazioni BCR-ABL possano indurre una forte pressione selettiva sul clone colpito e causare una ricaduta della patologia nei pazienti. Le predizioni fatte in laboratorio (in vitro) di mutazioni BCL-ABL resistenti ai farmaci oggi utilizzati hanno permesso di migliorare notevolmente l'ideazione di nuovi inibitori chinasici di seconda e terza generazione.
L'obiettivo di questo studio quindi è quello, analogamente a quanto fatto per BCL-ABL, di identificare nuove mutazioni nella chinasi JAK2 che possano conferire resistenza agli inibitori che oggi vengono prescritti ai pazienti affetti da patologie mieloproliferative (MPNs), al fine di prevenire una ricaduta della patologia visibile a livello clinico. Tramite un nuovo approccio biotecnologico sono stati generati in laboratorio diversi alleli JAK2 mutati e successivamente analizzati in termini di capacità di crescita, di stimolazione di pathways a valle e di fosforilazione di nuovi target in presenza dell’inibitore (CEP-701 e TG101348). I mutanti resistenti ad alte dosi di inibitore sono stati individuati nel dominio chinasico di JAK2 e sono in grado di attivare i pathways molecolari di Stat5, Erk1/2 e Akt. Alcune di queste mutazioni sono state ritrovate anche analizzando un pannello di alleli JAK2-V617F (la tipica mutazione associata alle MPNs), validando così l'iniziale screening su JAK2 wild type. In particolare i cambi aminoacidici G935R, R975G e N909K conferiscono forte attività chinasica alla molecola JAK2 anche in presenza di una concentrazione dell'inibitore farmacologico 200 volte superiore a quella che normalmente ha effetto sulla molecola JAK2 wild-type. Il motivo di questa forte resistenza si individua nella diversa conformazione strutturale che le mutazioni conferiscono a JAK2, poichè esse vanno ad alterare il sito di legame per il farmaco, con conseguente riduzione nella sua efficacia. Questi risultati dimostrano quindi come anche gli inibitori farmacologici di JAK2 (principalmente small-molecules) possano indurre il sorgere di mutanti resistenti e che di conseguenza i farmaci di nuova generazione contro le malattie mieloproliferative debbano essere assolutamente formulati tenendo conto della presenza e localizzazione di questi mutanti che potrebbero insorgere e ridurre l'efficacia del farmaco stesso.
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Nonostante la mutazione V617F nella tirosina chinasi JAK2 sia il più frequente segno distintivo delle patologie mieloproliferative (MPN), diversi studi hanno dimostrato che questa mutazione non rappresenta l'evento iniziale nello sviluppo di MPN. Altre importanti alterazioni cellulari, quali le modificazioni strutturali della cromatina e la deregolazione dei microRNA (miRNA), hanno infatti un ruolo chiave nella patogenesi delle malattie mieloproliferative. In particolare i miRNA, brevi sequenze di RNA non codificante, possono influenzare l'espressione di un numero elevatissimo di geni target e la loro deregolazione è stata identificata come caratteristica comune a diversi tipi di cancro, dai tumori solidi a quelli ematopoietici.
In questo articolo, pubblicato recentemente sulla rivista scientifica "Leukemia", sono stati analizzati i livelli di espressione dei miRNA nelle cellule progenitrici ematopoietiche CD34+ di pazienti MPN. Su 667 miRNA analizzati, 61 risultano significativamente espressi in modo diverso nelle cellule CD34+ dei pazienti rispetto ai granulociti di altri pazienti MPN ed a cellule CD34+ di controlli sani. Tra questi, è stato identificato un gruppo di miRNA che ha una funzione indipendente rispetto alla via di segnalazione di JAK2, probabilmente deregolato a causa dell'aumentata attività ematopoietica nei pazienti o dovuta ad altre mutazioni che contribuiscono allo sviluppo del fenotipo mieloproliferativo.
In particolare, il miR-433, fortemente aumentato nelle cellule CD34+ di pazienti MPN, sembra avere un effetto molto importante sulle cellule ematopoietiche, in quanto è in grado di inibirne la proliferazione e il differenziamento. L'effetto di miR-433 si traduce in una minor espressione dei suoi geni target, tra cui GBP2, una nuova proteina la cui funzione, ancora poco nota, sembra comunque essere implicata nel processo di eritropoiesi.
In definitiva, questo articolo mette in luce un nuovo meccanismo patologico nello sviluppo di MPN, che coinvolge l'espressione aberrante di molteplici miRNAs, tra cui il miR-433, direttamente implicato nelle vie di segnalazione delle cellule ematopoietiche CD34+ e la cui deregolazione può essere una delle cause, ad oggi ancora non conosciute e sicuramente da indagare in modo più approfondito, dello sviluppo di patologie mieloproliferative.
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La trombocitemia essenziale (TE) è generalmente un malattia che esordisce nella popolazione tra i 55 e i 65 anni. Ad oggi ci sono pochi dati riguardanti le caratteristiche cliniche e la prognosi dei pazienti affetti da TE o da mielofibrosi primaria (PMF) in fase prefibrotica con trombocitosi con età inferiore a 40 anni (che rappresentano circa il 20% dell’intera popolazione affetta da TE). Nel presente studio sono state valutate sia le caratteristiche cliniche che l'aspetto prognostico di 213 pazienti affetti da TE di cui 178 classificati come TE secondo la classificazione WHO e 35 come PMF prefibrotiche. I pazienti sono stati seguiti per un periodo medio di 7.5 anni. I valori di piastrine sono risultati più elevati nei pazienti affetti da PMF prefibrotica. Questi pazienti mostravano anche un più basso valore di emoglobina, una conta di globuli bianchi più elevata e un valore di lattato deidrogenasi (LDH) maggiore rispetto ai pazienti affetti da TE. Nei pazienti affetti da PMF prefibrotica rispetto ai pazienti affetti da TE si è osservata una tendenza verso un numero maggiore di eventi trombotici soprattutto arteriosi. La progressione verso una franca mielofibrosi è stata osservata più frequentemente nei pazienti affetti da PMF (9%) rispetto ai pazienti con TE (3%). Non si sono osservati casi di trasformazione in leucemia acuta. Gli episodi emorragici sono risultati lievemente maggiori nei paziento affetti da PMF prefibrotica rispetto ai pazienti con TE sebbene da un punto di vista statistico questa differenza non appariva significativa. Considerando tutte insieme queste complicazioni, ovvero eventi trombotici, emorragici e trasformazione in mielofibrosi, si sono osservate più frequentemente nelle PMF rispetto alle TE (3.43% vs 1.29% dei pazienti/anno) Questo valore è statisticamente significativo (p=.01). Un'analisi multivariata ha anche permesso di stabilire che la presenza della mutazione di JAK2V617F è un fattore indipendente che predice la possibilità degli eventi avversi citati. Al contrario, il grado di splenomegalia alla diagnosi, la presenza in anamnesi di eventi trombotici o emorragici, il trattamento con agenti citoriduttivi o con aspirina non ha influenzato questi eventi. In conclusione questo studio identifica un sottogruppo di pazienti giovani con PMF in stadio prefibrotico con un maggior rischio di sviluppare eventi avversi rispetto ai pazienti affetti da TE.
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I criteri diagnostici della trombocitemia essenziale (TE) sono stati recentemente rivisti nell'ambito della classificazione WHO. Tuttavia, tra i pazienti affetti da TE la prognosi può variare e non è facile da stabilire fin dal momento della diagnosi. È stato pertanto sviluppato un nuovo modello prognostico detto IPSET (International Prognostic Score for ET) in grado di fornire un valore prognostico in base ad alcuni fattori di rischio presenti alla diagnosi. In particolare l'età oltre i 60 anni, la conta leucocitaria maggiore di 11x109/L e l'anamnesi positiva per pregressi eventi trombotici hanno un impatto significativo sulla prognosi. Al contrario la presenza di splenomegalia, lo stato mutazionale di JAK2 e i livelli di emoglobina non hanno alcun impatto sulla prognosi. A questo proposito la presenza della mutazione del gene JAK2 è associata a un maggior rischio di sviluppare trombosi arteriose nelle WHO-TE. Tuttavia, analizzando la sopravvivenza non è stata trovata alcuna associazione con lo stato mutazionale di JAK2 sebbene JAK2 V617F rappresenti un importante fattore di rischio per le trombosi. Il modello IPSET è stato validato in una coorte di 867 pazienti. È stato dato un punteggio a ciascun fattore di rischio: 2 all'età e 1 alla conta leucocitaria e agli eventi trombotici pregressi. Su questo punteggio totale si sono calcolate diverse categorie di rischio: Per il rischio intermedio (punteggio totale 1) la sopravvivenza è di 24,5 anni, per i pazienti di alto rischio (score 2 o 3 ) la sopravvivenza è di 13,8 anni. Questo studio conferma l'impatto negativo della conta leucocitaria sulla prognosi. Sebbene il modello IPSET non sia stato disegnato per predire gli eventi trombotici si è mostrato utile in questo senso. Al contrario non sembrerebbe in grado di predire la trasformazione in mielofibrosi. In conclusione il modello IPSET è un facile strumento per predire la prognosi nei pazienti affetti da trombocitemia essenziale alla diagnosi.
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Le neoplasie mieloproliferative (trombocitemia essenziale, policitemia vera e mielofibrosi primaria) hanno un rischio variabile di evolvere in leucemia mieloide acuta secondaria. Quest'ultima condizione tende ad essere meno responsiva alle cure della leucemia mieloide acuta de novo, e si associa quindi ad una prognosi sfavorevole. Alcuni studi precedenti avevano individuato mutazioni geniche potenzialmente responsabili di evoluzione leucemica. In questo lavoro Verstovsek e collaboratori hanno sequenziato 22 geni candidati in 53 pazienti con neoplasia mieloproliferativa che erano evoluti in leucemia acuta: JAK2, MPL, IDH1, IDH2, FLT3, c-KIT, K/N/H-RAS, U2AF1, SF3B1, SRSF2, GATA2, RUNX1, EZH2, WT-1, DNMT3a, TP53, TET2, ASXL1, PTEN, ZRSR2. Oltre a riscontrare mutazioni somatiche in JAK2 e TET2, come atteso, i ricercatori hanno trovato mutazioni di SRSF2, un gene che codifica per un fattore di splicing dell'RNA messaggero, in circa il 20% dei pazienti. Tale frequenza è significativamente superiore a quella delle mutazioni somatiche di SRSF2 sia nella leucemia acuta de novo sia nella forma secondaria a sindrome mielodisplastica. Nei pazienti con neoplasia mieloproliferativa evoluta in leucemia mieloide acuta secondaria la presenza di mutazioni somatiche di SRSF2 si associava a prognosi sfavorevole. Questa ricerca conferma l'importanza delle mutazioni dello splicing dell'RNA nella patogenesi delle neoplasie mieloidi, ed indica che l'analisi mutazionale di SRSF2 potrebbe essere importante nello studio delle neoplasie mieloproliferative che progrediscono in leucemia secondaria.
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Dal momento che circa i due terzi di tutti i pazienti affetti neoplasie mieloproliferative (trombocitemia essenziale, policitemia vera e mielofibrosi primaria) hanno la mutazione V617F del gene JAK2, negli ultimi anni sono stati sviluppati vari inibitori della chinasi JAK2. L'efficacia di questi farmaci è tuttavia parziale, e molti di essi hanno effetti collaterali non trascurabili. In questo lavoro, Mohi e collaboratori hanno studiato l'effetto del vorinostat, un farmaco inibitore delle iston-deacetilasi, in cellule aventi la mutazione JAK2 (V617F) e in un modello murino di policitemia vera. La prima osservazione interessante era costituita dal fatto che il vorinostat riduceva l'attività proliferativa e induceva l'apoptosi in cellule JAK2 (V617F)-positive. Questi effetti venivano poi confermati sia nel modello murino di policitemia vera sia in progenitori emopoietici di policitemia vera JAK2 (V617F)-positiva. In particolare, il vorinostat normalizzava i valori ematici, faceva regredire la splenomegalia e riduceva il carico mutazionale nel modello murino di malattia. Nel loro complesso queste osservazioni suggeriscono che il vorinostat potrebbe essere valutato in trial clinici nei pazienti con neoplasia mieloproliferativa JAK2 (V617F)-positiva.
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Il farmaco ruxolitinib è un inibitore selettivo orale dell'attività dei geni JAK-1 e JAK-2. Esso è stato recentemente approvato negli Stati Uniti per il trattamento dei pazienti affetti da mielofibrosi a rischio intermedio ed alto. In studi di fase 1 e 2 condotti in precedenza, ruxolitinib era risultato efficace nel ridurre la splenomegalia e nel ridurre i sintomi associati alla malattia (inclusi la perdita di appetito, la dispnea e la affaticabilità), indipendentemente dallo stato mutazionale del gene JAK-2. Nel fascicolo del New England Journal of Medicine uscito il primo di marzo, Verstovsek e collaboratori riportano i risultati di una studio di fase 3 in cui pazienti con mielofibrosi a rischio intermedio o alto venivano assegnati a caso a ricevere ruxolitinib per bocca due volte al giorno oppure un placebo. L'obbiettivo primario dello studio era la riduzione delle dimensioni della milza di almeno il 35% rispetto ai valori di inizio studio (valutata mediante risonanza magnetica) mentre gli obbiettivi secondari erano la durata della risposta, la modifica dei sintomi associati alla malattia e la sopravvivenza globale. Il quarantuno virgola nove percento dei 155 pazienti che avevano ricevuto il farmaco hanno raggiunto l'obbiettivo primario mentre solo lo 0.7% dei pazienti che avevano ricevuto il placebo ha avuto una riduzione della milza uguale o maggiore del 35%. Tale differenza è risultata statisticamente significativa. La riduzione delle dimensioni della milza è stata poi mantenuta per almeno 48 settimane dal 67% dei pazienti che avevano raggiunto l'obbiettivo primario dello studio. Un miglioramento dei sintomi associati alla malattia è stato ottenuto nel 45.9% dei pazienti trattati col farmaco mentre solamente il 5.3% dei pazienti del gruppo placebo ha mostrato un miglioramento di questi sintomi. Una maggiore probabilità di sopravvivenza globale è stata infine osservata nel gruppo di pazienti trattati col ruxolitinib rispetto al gruppo di pazienti che avevano ricevuto il placebo. Gli eventi avversi più frequenti per i pazienti trattati col farmaco sono stati l'anemia e la piastrinopenia, che tuttavia hanno raramente obbligato gli sperimentatori a sospendere la somministrazione del farmaco. In questo gruppo di pazienti sono state osservate due trasformazioni in leucemia mieloide acuta. Nel loro insieme, questi risultati confermano che il ruxolitinib è un farmaco efficace per il trattamento della mielofibrosi, poiché è in grado di ridurre la splenomegalia e di migliorare i sintomi associati alla malattia. Sembra inoltre che il trattamento sia associato ad una maggiore probabilità di sopravvivenza globale. (Vai all'abstract
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Nello stesso fascicolo della rivista uno studio di Harrison e collaboratori ha valutato gli effetti della terapia con ruxolitinib in pazienti con mielofibrosi paragonandoli con la miglior terapia alternativa possibile (Ulteriori informazioni
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Un editoriale di A. Tefferi sull'uso degli inibitori di JAK-1 e -2 per il trattamento delle malattie mieloproliferative croniche Ph negative è pubblicato nello stesso numero della rivista. (Ulteriori informazioni
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Fin dalla sua scoperta, la mutazione V617F del gene JAK2 ha determinato importanti passi avanti nella comprensione della patogenesi delle neoplasie mieloproliferative croniche. Tuttavia, a dispetto della gran massa di informazioni accumulate negli ultimi anni, molti punti chiave rimangono non chiariti. Ad esempio, è stato oggetto di grande discussione se e come la mutazione V617F di JAK2 possa conferire un vantaggio proliferativo alle cellule nella quale essa avviene.
Nel fascicolo della rivista Blood del 2 febbraio 2012 un gruppo di ricercatori francesi dimostra come la mutazione V617F del gene JAK2 sia in grado di interferire con il ciclo cellulare delle cellule emopoietiche dei pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative croniche. Essi concentrano la loro attenzione su una proteina, la fosfatasi CDC25A, che svolge un ruolo chiave nella regolazione del ciclo cellulare non solo permettendo la progressione della cellula dalla fase G1 alla fase S del ciclo stesso ma anche attivando la sintesi del DNA. Usando sia linee cellulari esprimenti la mutazione V617F di JAK2 che cellule primarie ottenute da pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative croniche o da topi transgenici per la mutazione, gli autori dimostrano che questa fosfatasi è overespressa in cellule che abbiano la mutazione, che l'attività chinasica di JAK2 è necessaria per l'over espressione di CDC25A, e che quanto più alti sono i livelli di attività della via di segnale del gene JAK2 tanto più alti sono i livelli della proteina CDC25A. Successivamente, gli autori dimostrano in maniera convincente che l'incremento dei livelli di CDC25A è determinato da un aumento dell'attività translazionale del corrispondente mRNA. Tale aumento sarebbe dovuto ad una maggiore persistenza e quindi attività di un fattore di elongazione regolato a sua volta dall'attività di JAK2V617F. L'ultimo e più promettente (per i suoi possibili aspetti applicativi in campo terapeutico) risultato riportato in questo lavoro è la dimostrazione che la inibizione farmacologica della proteina CDC25A determina sia una ridotta capacità clonogenica dei progenitori emopoietici ottenuti da pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche sia una netta riduzione della crescita in vitro delle colonie eritroidi indipendenti dall'eritropoietina, che rappresentano una caratteristica patognomonica dei progenitori eritroidi dei pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative croniche. Di rilievo è infine l'osservazione che la crescita delle colonie eritroidi dipendenti dall'eritropoietina non è sostanzialmente influenzata dall'inibizione della proteina CDC25A, cosa che suggerisce che l'emopoiesi normale viene risparmiata dagli effetti dell'inibizione di CDC25A.
In conclusione, questo studio ha due importanti conseguenze nel campo delle neoplasie mieloproliferative croniche: 1) definisce un ruolo della mutazione V617F di JAK2 nella regolazione del ciclo cellulare e, di conseguenza, nel controllo del potenziale proliferativo delle cellule mutate, e 2) identifica nella fosfatasi CDC25A un possibile bersaglio per la generazione di nuovi farmaci per la terapia delle NMP. (Vai all'abstract
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Un commento in Inside Blood
è riferito a questo articolo.
Le proteine STAT5a STAT5b (Signal Transducer and Activator of Transcription, trasduttori del segnale e attivatori della trascrizione) sono fattori di trascrizione che, all'interno della cellula, vengono attivati dalle proteine JAK in risposta a numerosi stimoli esterni, fra i quali eritropoietina e trombopoietina. La loro attivazione comporta l'espressione di geni coinvolti nella crescita cellulare, ed è stato dimostrato in numerosi studi precedenti che una aumentata attivazione della via di segnalazione JAK/STAT è presente nelle cellule di pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche e leucemie acute. In questo studio, al fine di definire meglio il ruolo di STAT5 nella Leucemia Mieloide Cronica (LMC) e nella Policitemia Vera (PV), sono stati utilizzati dei topi in cui è possibile ridurre o abolire l'espressione di STAT5a/b che sono stati trapiantati con cellule che presentavano rispettivamente il riarrangiamento BCR/ABL, tipico della LMC, o la mutazione JAK2V617F tipica della PV. È stato osservato che la perdita di uno solo dei due alleli di STAT5a/b in topi che presentano il riarrangiamento BCR/ABL porta allo sviluppo di una forma "attenuata" di CML. Al contrario, la totale assenza di STAT5a/b preveniva lo sviluppo della LMC, nonostante che le cellule esprimessero comunque BCR/ABL; di particolare importanza l'osservazione che la mancanza assoluta di STAT5 non preveniva la possibilità che le cellule esprimenti BCR/ABL si trasformassero in cellule leucemiche paragonabili a quelle di una crisi blastica linfoide della LMC stessa. Queste osservazioni suggeriscono che STAT5a/b è necessario per lo sviluppo della LMC, ma non quello della per la crisi blastica linfoide B, ad indicare che le cellule di quest'ultima utilizzano anche vie di trasduzione del segnale diverse, e che l'inibizione di STAT5a/b non è sufficiente per eradicare il clone di cellule BCR/ABL positive.
Nel modello di topo trapiantato con cellule JAK2V617F positive, invece, si ha lo sviluppo di eritrocitosi e leucocitosi, caratteristiche della PV, sia nei topi che esprimono STAT5a/b a livelli normali sia in quelli che esprimono un solo allele. Questi ultimi tuttavia presentano un grado minore di leucocitosi. L'assenza di espressione di STA5a/b invece impedisce lo sviluppo della PV, anche se questi topi presentano caratteristiche istologiche del midollo osseo e della milza suggestive per evoluzione in mielofibrosi. Questi dati quindi indicano che l'assenza di espressione di STAT5a/b previene lo sviluppo della PV ma non la progressione in mielofibrosi, suggerendo che lo sviluppo di quest'ultima coinvolge anche l'attivazione di vie di trasduzione del segnale diverse dalla via JAK/STAT.
Nel complesso, i dati ottenuti da questo studio forniscono un razionale per lo sviluppo di farmaci inibitori di STAT5a/b per il trattamento della LMC e della PV.
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Una neoplasia mieloproliferativa cronica è una delle cause più frequenti di trombosi della vena porta in pazienti non affetti da cirrosi epatica. Lo scopo di questo studio è di descrivere l'andamento della malattia mieloproliferativa nel tempo in questo gruppo di pazienti. Sono stati seguiti 44 pazienti, con un follow up medio di 5.8 anni. L'età mediana alla diagnosi della trombosi era di 48 anni, e il 70% dei pazienti di sesso femminile. Il 52% dei pazienti ha effettuato terapia con anticoagulanti orali, e di questi il 34% per un lungo periodo. Il sanguinamento gastrointestinale è una complicanza frequente, riscontrata nel 39% dei casi, così come un secondo evento trombotico (27%). Il 39% dei pazienti è deceduto, e le cause di morte più frequenti sono state la progressione della malattia mieloproliferativa (47%) e nuove trombosi (18%), mentre nessun paziente è deceduto per emorragia gastrointestinale.
Nel 70%dei casi la trombosi è stata la prima manifestazione clinica della malattia mieloproliferativa, dato che deve sottolineare l'importanza di indagare la presenza di questa patologia nei pazienti che sviluppano una trombosi portale, anche alla luce del dato che vede la mortalità correlata alla malattia mieloproliferativa piuttosto che alle complicanze della trombosi portale stessa.
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Il polycomb repressive complex 2 (PRC2) è un complesso di proteine con attività metiltransferasica a livello della lisina 27 dell'istone H3 che regola l'espressione di geni coinvolti nello sviluppo. Nelle neoplasie mieloproliferative croniche e in altre neoplasie della serie mieloide sono state descritte mutazioni inattivanti a carico di uno dei suoi componenti, EZH2, che correlano con una cattiva prognosi e che sembrano essere un evento precoce nello sviluppo della malattia. Nell'ipotesi che anche altri componenti di PRC2 siano mutati in queste patologie, in questo lavoro i ricercatori hanno studiato i geni facenti parte di questo complesso, come SUZ12 e EED, e i cofattori RBBP4 e Jarid2. Sono stati studiati 148 casi di neoplasie mielodisplastiche/mieloproliferative più due casi selezionati da una casistica di 151 pazienti con neoplasia mieloproliferativa in base alle alterazioni molecolari che questi presentavano. Sono state riscontrate mutazioni a carico del gene SUZ12 in 4 pazienti (1.4%), di cui 2 con leucemia mielomonocitica cronica (una sindrome mielodisplastica/mieloproliferativa) e due con neoplasia mieloproliferativa cronica e delezione nota a livello della regione contigua a SUZ12, e un solo caso con mutazione di EED. Nessuna mutazione è stata trovata a carico dei geni Jarid2 e RBBP4. Le mutazioni di SUZ12 e EED comportavano una ridotta funzione metiltransferasica del complesso PRC2, e potrebbero quindi avere un ruolo nella patogenesi della malattia. Ulteriori studi saranno tuttavia necessari per determinare se queste mutazioni possano avere un significato nella prognosi o nelle manifestazioni cliniche della malattia.
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Il prurito, tipicamente ma non obbligatoriamente associato alla doccia o al bagno, è un sintomo tipico della policitemia vera, che può essere riscontrato anche nella mielofibrosi primaria (PMF). Il sintomo prurito può essere talmente invalidante da impedire ai pazienti di fare la doccia o rendere difficile il sonno. La patogenesi di questo sintomo è ancora largamente sconosciuta, anche se dalla recente letteratura il prurito nella PMF sembra essere associato alla presenza della mutazione JAK2V617F. Gli autori di questo studio hanno analizzato una casistica di 566 pazienti affetti da PMF, in cui il prurito era presente nel 16% dei casi. In 15 casi il prurito era precedente alla diagnosi di PMF. Il sintomo era significativamente associato alla leucocitosi e all'assenza della mutazione MPLW515, e non presentava alcuna correlazione con la conta piastrinica, il grado di anemia e l'entità della splenomegalia, con il cariotipo, il sistema di classificazione prognostica in classi di rischio DIPSS-plus, l'evoluzione in leucemia acuta, l'età o il sesso. La presenza della mutazione JAK2V617F e i sintomi sistemici erano più frequenti nei pazienti con prurito, ma questa associazione era al limite della significatività statistica. Anche i livelli di numerose citochine sieriche testate sono risultati indipendenti dall'intensità del prurito, ad indicare che probabilmente questo sintomo non riflette direttamente un processo infiammatorio, sebbene appaia associato all'aumento dei globuli bianchi e, ipoteticamente, a sostanze liberate da queste cellule. In breve, però, la natura stessa e i meccanismi del prurito nella PMF, così come nelle altre neoplasie mieloproliferative, rimangono sconosciuti.
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Le Neoplasie Mieloproliferative Croniche sono frequentemente associate alla mutazione V617F della tirosin-chinasi JAK2, che determina una over-produzione delle cellule del compartimento mieloide. Diverse molecole capaci di inibire JAK2, tra cui ruxolitinib (INCB018424), sono attualmente in corso di sperimentazione per il trattamento di queste patologie con risultati promettenti. Gli autori di questo lavoro hanno condotto uno studio in vitro per identificare mutazioni aggiuntive a carico della proteina JAK2 mutata per V617F (JAK2V617F) che, conferendo la resistenza all'inibitore di JAK2 ruxolitinib, possono essere potenzialmente rilevanti in campo clinico. Per fare questo, hanno introdotto altre mutazioni nel gene JAK2V617F, e ne hanno poi indotto l'espressione in linee cellulari di derivazione murina in presenza di ruxolitinib. In queste condizioni, se una mutazione conferisce resistenza al farmaco, le cellule proliferano anche in presenza dell'inibitore, altrimenti la crescita cellulare viene inibita. La caratterizzazione delle cellule diventate resistenti a ruxolitinib ha portato all'identificazione di 5 mutazioni puntiformi che impediscono il legame tra JAK2V617F e l'inibitore, riducendone quindi l'efficacia farmacologica. Queste mutazioni, come dimostrato da software in grado di predire la struttura tridimensionale delle molecole, sono a carico o nelle strette vicinanze degli amminoacidi coinvolti nell'interazione con l'inibitore e causano, oltre alla resistenza, anche un vantaggio proliferativo. Inoltre, gli sperimentatori hanno testato altri inibitori di JAK2 dimostrando che le mutazioni identificate conferiscono resistenza anche verso molecole diverse. Inoltre, è stata individuata un'ulteriore mutazione in una posizione critica del dominio chinasico della proteina JAK2V617F che conferisce resistenza al ruxolitinib ma non agli altri inibitori testati. I risultati ottenuti da questo studio sono di grande interesse dato il largo impiego che potrebbero avere questi farmaci, non solo per le patologie caratterizzate dalla mutazione JAK2V617F, ma anche per quelle in cui JAK2 risulta costitutivamente attivato. I dati ottenuti sottolineano l'importanza del monitoraggio dello stato mutazionale di JAK2 nei pazienti che non rispondono alla terapia con gli inibitori come ruxolitinib e dell'identificazione di farmaci alternativi da utilizzare per questi pazienti.
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Le istone deacetilasi (HDAC) sono enzimi coinvolti nel rimodellamento della cromatina e hanno un ruolo di primo piano nella regolazione dell'espressione genica. L'acetilazione degli istoni porta ad una conformazione cromatinica meno "compatta" che permette una maggiore possibilità di legame tra i fattori trascrizionali e la regione promotrice dei geni; al contrario, la deacetilazione degli istoni, mediata dalle HDAC reprime l'attività trascrizionale. Diversi lavori pubblicati negli ultimi anni hanno documentato una alterazione dell'espressione delle HDAC in diversi tipi di tumori. Il loro coinvolgimento nel processo di cancerogenesi viene attribuito principalmente alla loro capacità di reprimere l'espressione dei geni oncosoppressori. Per questo motivo, farmaci inibitori delle HDAC sono stati sperimentati nella terapia anti-tumorale e si sono dimostrati efficaci nell'indurre l'arresto del ciclo cellulare, le differenziazione e l'apoptosi (morte programmata) della cellula neoplastica. Recentemente è stato dimostrato un incremento dell'attività enzimatica delle HDAC in cellule staminali isolate da pazienti affetti da Mielofibrosi Primaria (PMF), suggerendo un ruolo di questi enzimi nella patogenesi di questa malattia o nella progressione a Mielofibrosi di Policitemia Vera e Trombocitemia Essenziale. Diversi inibitori delle istone deacetilasi (tra cui Givinostat e Vorinostat) sono stati impiegati con risultati promettenti nel trattamento farmacologico delle Neoplasie Mieloproliferative Croniche (CMNs).
In questo lavoro è stata valutata l'espressione delle HDAC nel sangue di 69 pazienti affetti da CMNs, confrontati con controlli sani, utilizzando una piattaforma per lo studio dell'espressione genica globale (che permette lo studio di oltre 38000 geni). Il lavoro ha evidenziato una marcata deregolazione dell'espressione dei geni codificanti per le HDAC. In particolare, è stata rilevata una aumentata espressione delle HDAC6, HDAC9 e HDAC11 ed è stata per la prima volta descritta una riduzione dell'espressione della HDAC7. Non è chiaro quale sia l'esatto ruolo della deregolazione dell'espressione dei singoli enzimi nel processo patogenetico delle CMNs, ma è noto il loro coinvolgimento in alcuni processi fisiopatologici. L'aumentato livello di HDAC11, ad esempio, inibisce l'espressione dell'interleuchina-10, citochina coinvolta nell'inibizione del processo infiammatorio; una deregolazione di questo enzima potrebbe contribuire a sbilanciare l'equilibrio immunologico verso un processo infiammatorio cronico. La HDAC7 probabilmente promuove il processo apoptotico e la sua down-regolazione potrebbe quindi essere causa di un accumulo cellulare. La HDAC6 è, invece, una proteina citoplasmatica il cui ruolo nel regolare la proliferazione di cellule tumorali è stato recentemente dimostrato. Inoltre, le HDAC possono agire deacetilando direttamente fattori trascrizionali quali NF-kB, HIF1-α, GATA1 e FOXP3, intervenendo sulle proteine della cascata infiammatoria e proliferativa.
Pertanto, questo lavoro sottolinea quanto le HDAC costituiscano un target di grande interesse per il trattamento delle CMNs. In particolare, gli inibitori delle HDAC si sono dimostrati efficaci nel regolare il processo infiammatorio cronico caratteristico di queste patologie, mentre è ancora da chiarire quale ruolo giochino nell'ambito della proliferazione cellulare e dell'apoptosi.
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Molti studi sulle neoplasie mieloidi hanno permesso l'identificazione di alcuni difetti genetici ricorrenti nella maggior parte di pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative (MPN), sindromi mielodisplastiche (MDS) e leucemie mieloidi acute (AML). Recentemente sono state scoperte diverse alterazioni a carico del gene TET2 identificabili come una nuova classe di mutazioni implicate nell'insorgenza di leucemie. TET2 è un enzima in grado di modificare chimicamente la struttura del DNA convertendo la 5-metilcitosina in 5-idrossimetilcitosina, variando conseguentemente lo stato di metilazione del DNA e quindi l'attività trascrizionale. La proteina TET2 mutante presente nelle neoplasie mieloidi risulta mancante dell'attività enzimatica e tale deficit provoca un'alterazione del profilo trascrizionale delle cellule del sangue.
Nonostante studi genetici ed esperimenti in vitro suggeriscano un ruolo per TET2 nella regolazione dello sviluppo emopoietico, gli effetti della mancata funzione di TET2 non erano mai stati descritti prima d'ora in vivo in modelli animali. In questo articolo, gli autori hanno dimostrato tramite l'inibizione di TET2 che tale enzima è in grado di regolare le proprietà di auto-rinnovamento e ripopolamento del midollo delle cellule staminali emopoieticche (HSC). In particolare, la mancanza dell'attività di TET2 in vivo porta ad un aumentata capacità di auto-rinnovamento e ripopolamento midollare. Inoltre, nei topi con tale carenza è stata riscontrata una significativa splenomegalia, dovuta ad un'emopoiesi extra-midollare, e difetti nel differenziamento di granulociti e monociti. Un'analisi dettagliata dell'emopoiesi ha quindi rivelato che i topi hanno sviluppato una mieloproliferazione progressiva associata a neutrofilia e un marcato aumento nella conta dei monociti; è stata inoltre evidenziata la presenza di cellule immature sia nel midollo osseo che nei tessuti linfoidi periferici, associata a displasia mieloide. Nell'insieme, questi dati dimostrano che la carenza di TET2 è correlata alla mieloproliferazione in vivo. Poiché la situazione più comune nei pazienti con difetti a carico di TET2 è la mutazione di una sola delle due copie del gene, sono stati effettuati esperimenti simili ai precedenti su topi con un solo allele TET2 mutato; attraverso tale approccio, gli autori hanno chiaramente dimostrato che questo tipo di alterazione risulta essere un evento patogenetico importante nella mieloproliferazione maligna.
In conclusione, il presente studio dimostra che TET2 è una proteina chiave nella regolazione dell'emopoiesi normale e neoplastica e chiarisce alcuni dei meccanismi di trasformazione tumorale causata da questa nuova classe di mutazioni delle neoplasie mieloidi. É probabile, quindi, che terapie che modulano i livelli di metilazione del DNA possano rappresentare in futuro un nuovo strumento terapeutico in neoplasie caratterizzate dalla perdita di funzione di TET2.
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La via JAK-STAT è coinvolta nella trasduzione del segnale di molti fattori di crescita.
Il legame di queste molecole ai rispettivi recettori induce l'attivazione delle tirosin-chinasi JAK a loro associate. La conseguente fosforilazione di substrati come le proteine STAT permette la traslocazione di questi trasduttori nel nucleo e la successiva attivazione dell'espressione genica.
Tra i membri della famiglia delle tirosin-chinasi JAK, JAK2 è stato descritto avere un ruolo fondamentale nell'eritropoiesi ed inoltre una sua deregolazione è implicata nei disordini mieloproliferativi (MPNs) e nelle leucemie. In particolare, la mutazione puntiforme JAK2V617F è stata riscontrata in un alto numero di pazienti con MPN ed è coinvolta nella patogenesi di queste malattie.
Un'altra protein-chinasi, la cui deregolazione è implicata nell'insorgenza di tumori, è CK2, dal momento che la sua espressione ed attività è aumentata in molte neoplasie ematologiche. Fino a oggi, si conosce molto poco sulla potenziale interazione tra CK2 e la via JAK-STAT, la quale potrebbe rappresentare un nuovo target terapeutico.
In questo lavoro, gli autori hanno dimostrato tramite l'inibizione di CK2 che l'attivazione della via JAK-STAT è dipendente dalla presenza o dall'attività di CK2. I dati presentati suggeriscono inoltre che l'espressione di SOCS-3, un gene target di STAT, è dipendente da CK2 e che JAK2 è un target di CK2.
Dal momento che una forma mutata costitutivamente attiva di JAK2 (JAK2V617F) è coinvolta nella patogenesi delle MPNs, gli autori hanno deciso di studiare l'interazione CK2-JAK2 nella linea cellulare HEL di eritroleucemia esprimente JAK2V617F. Da tali esperimenti è emerso che JAK2V617F interagisce con CK2; inoltre, l'inibizione di CK2 è in grado di sopprimere la fosforilazione in tirosina di JAK2V617F e l'espressione del gene anti-apoptotico Bcl-xL, con conseguente induzione di apoptosi.
Successivamente l'inibizione di CK2 in cellule mononucleate di pazienti affetti da policitemia vera (PV, una delle MPNs) sopprime l'attivazione costitutiva di JAK2, STAT5, STAT3 ed ERK ed induce apopotosi nel giro di 24 ore. Tali esperimenti mostrano quindi che CK2 è necessario per l'attivazione costitutiva di JAK2V617F e la sopravvivenza cellulare, sia nelle cellule HEL che nelle cellule primarie di pazienti con PV.
In conclusione, questi dati nel loro insieme indicano CK2 come un possibile ulteriore target terapeutico per le MPNs JAK2V617F-positive; in particolare gli inibitori di CK2 potrebbero dimostrarsi un utile strumento per il trattamento di neoplasie con una attivazione costitutiva di CK2, JAK e STAT.
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La mutazione aminoacidica V617F nella proteina chinasi JAK2 è la principale responsabile dello sviluppo di patolologie mieloproliferative (MPNs) nell'uomo, quali Policitemia Vera (PV), Mielofibrosi Primaria (PMF) e Trombocitemia Essenziale (ET). La mutazione colpisce le cellule staminali ematopoietiche (HSCs), tuttavia le conseguenze della sua espressione nei compartimenti staminali e progenitori ematopoietici (HSPC), e il suo peso nel differenziamento mieloide sono ancora poco chiare. La determinazione del preciso ruolo di JAK2-V617F in queste regioni è fondamentale, al fine di comprendere meglio lo sviluppo della patologia e di conseguenza poter disegnare dei farmaci sempre più specifici nel colpire le alterate funzioni della forma mutata di JAK2.
In questo articolo si analizzano quindi gli effetti della mutazione di JAK2 a livello del compartimento ematopoietico staminale e del differenziamento mieloide, sia nei midolli che nel sangue periferico di pazienti affetti da MPNs. La mutazione non sembra incidere sul numero totale dei precursori a livello dei compartimenti ematopoietici midollari di pazienti PV e ET; al contrario, i pazienti affetti da mielofibrosi primaria presentano un aumento statisticamente significativo rispetto ai controlli. Non ci sono viceversa vantaggi selettivi sulla capacità dei precursori mieloidi JAK2-V617F di proliferare e differenziare in vitro in tutte e tre le patologie mieloproliferative rispetto alle cellule wild-type. L'effetto della mutazione è invece preponderante quando si analizza la capacità di espansione in vivo dei compartimenti ematopoietici ad uno stadio più differenziato, che risulta infatti essere significativamente maggiore a livello dei compartimenti eritroidi e megacariocitici. Fondamentale è poi la correlazione tra il grado di differenziamento mieloide e il cosiddetto "Allele Burden", ossia il rapporto tra le cellule ematopoietiche che presentano la mutazione per JAK2 e quelle genotipicamente wild-type: maggiore è l'Allele Burden e maggiore è il grado di amplificazione dei precursori mieloidi terminalmente differenziati. Dati meno netti riguardano invece il diverso peso della mutazione JAK2-V617F in omozigosi o in eterozigosi; i cloni in cui la mutazione è presente su entrambi gli alleli presentano una capacità di espansione maggiore sia nei progenitori ematopoietici che nei precursori eritroidi e megacariocitici rispetto agli eterozigoti per la mutazione, anche se il dato non si conferma in tutti i pazienti. In conclusione questi dati suggeriscono che, nonostante la mutazione JAK2-V617F abbia un effetto fondamentale e sufficiente per lo sviluppo di mieloproliferazione, possano esistere altri meccanismi molecolari ancora non noti che affianchino e contribuiscano in modo significativo alla modulazione del fenotipo patologico. Tutto ciò potrebbe così spiegare la limitata efficacia degli inibitori di JAK2 nell'eradicazione totale delle cellule staminali leucemiche, che sono le principali sostenitrici dello sviluppo delle neoplasie mieloproliferative umane.
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Molti studi clinici hanno dimostrato come la mutazione aminoacidica V617F nella proteina chinasi JAK2 sia fortemente implicata nello sviluppo di patologie mieloproliferative, quali Policitemia Vera (PV), Mielofibrosi Primaria (PMF) e Trombocitemia Essenziale (ET). L'effetto di questa mutazione produce un'attivazione costitutiva della via di segnalazione della chinasi JAK2, che comporta in questo modo "un'accensione" incontrollata e quindi oncogenica dei suoi bersagli molecolari. L'esatto meccanismo molecolare attraverso il quale JAK2-V617F sia in grado di sviluppare un fenotipo mieloproliferativo è però ancora poco noto.
In questo studio americano pubblicato sull'importante rivista scientifica "Cell" si dimostra inizialmente su modelli cellulari che JAK2 mutato non solo acquisisce la capacità di legare con maggiore forza rispetto alla proteina wild-type uno dei suoi target, ossia la arginina metil-transferasi PRMT5, ma che ne induce, inoltre, un maggior grado di fosforilazione. Come conseguenza, PRMT5 molto fosforilato riduce la sua capacità di metilare alcuni dei suoi substrati, detti istoni, che agiscono come specifici regolatori dello stato di accessibilità al DNA. Si altera così il profilo di espressione genica dell'intera cellula ematopoietica in cui è avvenuta la mutazione, promuovendo un fenotipo di tipo mieloproliferativo. Su modelli cellulari CD34+ si dimostra più in dettaglio che la riduzione dell'attività di PRMT5 promuove un aumento sia nel numero delle CFU (Colony Forming Units) che nel numero di cellule eritroidi differenziate; al contrario una sua over-espressione riduce significativamente la formazione di colonie, indicando che PRMT5 sia in grado di regolare negativamente la proliferazione e l'espansione delle cellule progenitrici eritroidi.
L'aspetto fondamentale di questo studio è che i dati molecolari ottenuti in laboratorio sono confermati direttamente su cellule CD34+ prelevate da pazienti affetti da Policitemia Vera. Dei campioni valutati, solo quelli con la mutazione V617F nella chinasi JAK2 presentano una maggiore fosforilazione della metil-transferasi PRMT5 rispetto ai controlli negativi per la mutazione.
Questi risultati indicano quindi che la fosforilazione di PRMT5 contribuisce al fenotipo mieloproliferativo indotto dalla mutazione di JAK2, aprendo così la possibilità di introdurre un nuovo target terapeutico per i pazienti affetti da patologie mieloproliferative.
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É noto che circa il 95% dei pazienti affetti da Policitemia Vera (PV) presentano la mutazione V617F nell'esone 14 del gene JAK2. Nei restanti pazienti è stata descritta da Scott e collaboratori la presenza di una mutazione nell'esone 12. Questa mutazione è stata recentemente descritta su una casistica di 338 casi come presente nel 4% dei pazienti affetti da policitemia. Essendo questa mutazione più rara rispetto alla mutazione V617F, le caratteristiche cliniche e biologiche dei pazienti che ne risultano portatori non sono ancora del tutto note, tuttavia sembrerebbe caratterizzare le forme che si presentano con eritrocitosi isolata. In questo studio vengono analizzati 106 pazienti affetti da PV nei quali è stata riscontrata la mutazione a livello dell'esone 12 diagnosticati presso 13 diversi centri europei. In totale sono state identificate 17 diverse mutazioni nell'esone 12 di JAK2.
Lo studio ha evidenziato che il 64% dei pazienti con mutazione a livello dell'esone 12 si presentava con eritrocitosi isolata, il 15% con eritrocitosi e leucocitosi ( globuli bianchi > 10 x 109/L) 12% con eritrocitosi e trombocitosi (piastrine > 400 x 109/L) e 10% con eritrocitosi, leucocitosi e trombocitosi. 83% dei pazienti presentava inoltre un quadro di ipercellularità midollare. La maggior parte dei pazienti presentava infine livelli di eritropoietina inferiori alla norma.
Da queste osservazioni deriva la raccomandazione alla ricerca della mutazione nell'esone 12 di JAK2 in presenza di eritrocitosi, livelli di eritropoietina inferiori alla norma e assenza della mutazione V617F.
L'analisi statistica ha dimostrato che i pazienti che presentano la mutazione nell'esone 12 sono caratterizzati da livelli di emoglobina superiori rispetto ai pazienti con mutazione V617F e da inferiori livelli di piastrine e di leucociti. Infine, il rischio di trombosi, di emorragia, di evoluzione in mielofibrosi post PV e di trasformazione in leucemia acuta è stato valutato nelle due coorti di pazienti con mutazione di JAK2 nell'esone 14 e nell'esone 12 dimostrando un rischio paragonabile nelle due popolazioni.
I fattori di rischio per eventi trombotici che comunemente vengono considerati significativi per i pazienti con mutazione V617F, ovvero l'età e la storia clinica di pregressi eventi trombotici sono significativi anche per i pazienti caratterizzati dalla presenza della mutazione dell'esone 12.
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Circa la metà dei pazienti affetti da mielofibrosi presenta la mutazione V617F del gene JAK2. In questo studio vengono riportati i risultati dello studio multicentrico di fase I per il trattamento di pazienti affetti da mielofibrosi sia primaria che secondaria a policitemia vera o trombocitemia essenziale ad rischio alto o intermedio con un nuovo farmaco inibitore di JAK2 chiamato TG101348 somministrato una volta al giorno. Lo studio è stato condotto in diversi centri americani.Nello studio sono trattati 59 pazienti in totale includendo anche il gruppo di pazienti che hanno progressivamente incrementato la dose al fine di stabilire la massima dose "meglio tollerata". Questa dose è stata stabilita essere di 680 mg al giorno. La principale tossicità osservata a dosaggi superiori è stata un incremento dell'enzima amilasi reversibile e asintomatico. Il 73% dei pazienti inclusi nel protocollo di trattamento ha continuato la terapia per almeno 6 cicli riportando effetti collaterali limitati inclusi nausea, vomito, diarrea, anemia e piastrinopenia. Come risultato del trattamento la maggior parte dei pazientati ha riportato un rapido miglioramento della sintomi come l'astenia, il prurito, le sudorazioni notturni, la sensazione di precoce sazietà. Il 39% ha inoltre ottenuto una rapida riduzione del volume della milza dopo 6 cicli e il 47% dopo 12 cicli. Infine, la maggioranza dei pazienti con leucocitosi e piastrinosi al momento dell'inizio della terapia hanno ottenuto una normalizzazione dei parametri evidenziati nell'emocromo dopo 6-12 cicli di terapia. Infine, un risultato molto significativo è la progressiva riduzione della quantità di allele JAK2 mutato che rappresenta un marcatore della quantità di malattia. Le conclusioni pertanto dello studio sono che questo nuovo inibitore di JAK2 appare molto promettente nello scenario dei nuovi farmaci per il trattamento delle malattie mieloproliferative croniche, che appare essere ben tollerato con effetti collaterali reversibili con la sospensione del farmaco. Inoltre questo farmaco sembrerebbe avere un potente impatto non solo sulla sintomatologia ma anche sulla quota di malattia nei pazienti affetti da mielofibrosi.
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La nostra conoscenza circa la fisiopatologia delle neoplasie mieloproliferative è stata rivoluzionata dalla scoperta della mutazione JAK2 (V617F) nel 2005. Questa scoperta ha portato in seguito all'identificazione di diversi geni (comprendenti JAK2, MPL, LNK, TET2, IDH1/IDH2, EZH2, ASXL1 e TP53) le cui mutazioni somatiche giocano un ruolo importante nella patogenesi e nella progressione delle neoplasie mieloproliferative. Meno numerosi sono stati in questi anni gli studi sulle basi cellulari di questi disordini. Nel 2001, il Dr. Barosi ed i suoi collaboratori pubblicarono un lavoro fondamentale [Blood. 2001 Dec 1;98(12):3249-55] dimostrante che il numero assoluto delle cellule emopoietiche CD34-positive era aumentato nel sangue periferico di pazienti affetti da mielofibrosi primitiva. Questa osservazione portò al nuovo concento di abnorme ricircolo delle cellule staminali emopoietiche come meccanismo cellulare di malattia mieloproliferativa. Alcune settimane fa la Dott.ssa Teofili ed i suoi collaboratori hanno pubblicato uno studio interessante, che dimostra come in alcuni pazienti affetti da neoplasia mieloproliferativa le cellule progenitrici endoteliali siano clonali e JAK2 (V617F)-positive. Questi ricercatori italiani hanno valutato le cellule circolanti capaci di formare colonie endoteliali (ECFCs) in 42 pazienti affetti da policitemia vera, trombocitemia essenziale o mielofibrosi primaria. La crescita delle colonie è stata ottenuta in 22 pazienti e le conte più alte sono state osservate nella mielofibrosi primaria. In cinque pazienti che avevano avuto una complicanza tromboembolica, le ECFCs erano clonali in base ai pattern di inattivazione del cromosoma X ed erano JAK2 (V617F)-positive. Questo studio conferma precedenti osservazioni dei ricercatori AGIMM circa il fatto che le ECFCs possono far parte del clone mieloproliferativo [PLoS One. 2010 Dec 9;5(12):e15277], ed i risultati ottenuti sono compatibili con l'ipotesi che cellule progenitrici endoteliali clonali possano avere un ruolo nella predisposizione alle complicanze vascolari tipica dei pazienti con neoplasia mieloproliferativa.
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Nella classificazione WHO dei tumori dei tessuti emopoietici e linfatici, le neoplasie mieloidi comprendono le neoplasie mieloproliferative, le sindromi mielodisplastiche, le neoplasie mielodisplastiche/mieloproliferative e la leucemia mieloide acuta. Questi disordini sono caratterizzati da alterata produzione di cellule mieloidi e possono avere alcune caratteristiche in comune. In particolare, si possono osservare transizioni fenotipiche fra le diverse neoplasie mieloidi, e sia le sindromi mielodisplastiche sia le neoplasie mieloproliferative possono trasformarsi in leucemia mieloide acuta. Due anni fa, Delhommeau e collaboratori condussero uno studio finalizzato ad identificare un gene oncosoppressore comune alle varie neoplasie mieloidi. I ricercatori francesi trovarono mutazioni somatiche del gene TET2 nel 15% di tutte le condizioni esaminate [N Engl J Med. 2009 May 28;360(22):2289-301]. Le mutazioni geniche erano presenti in cellule staminali emopoietiche e precedevano la mutazione JAK2 (V617F) in alcuni casi di neoplasia mieloproliferativa. Allora, tuttavia, non si sapeva nulla della funzione della proteina TET2: si sapeva solo che il gene TET2 aveva alcuni caratteri in comune con il gene codificante TET1, un enzima che converte la 5-metil-citosina (5mC) a 5-idrossi-metil-citosina (5hmC) nel DNA [Science. 2009 May 15;324(5929):930-5]. In un recente studio collaborativo, il Dr. Rao (Harvard Medical School, Boston), il Dr. Maciejewski (Taussig Cancer Institute, Cleveland) ed i loro collaboratori sono stati in grado di dimostrare una stretta correlazione fra neoplasie mieloidi e perdita dell'attività catalitica della proteina TET2: in particolare, i pazienti con mutazioni somatiche di TET2 presentavano bassi livelli di 5hmC nel DNA [Nature. 2010 Dec 9;468(7325):839-43]. I ricercatori hanno altresì osservato che l'inattivazione di Tet2 in precursori emopoietici murini alterava la loro capacità di differenziare in senso monocitario/macrofagico in coltura, osservazione compatibile con l'ipotesi che il gene TET2 giochi un ruolo importante nella differenziazione emopoietica. In sintesi, lo studio di Nature suggerisce la possibilità che la perdita di attività catalitica di TET2 comprometta la differenziazione dei progenitori mieloidi e favorisca la loro trasformazione neoplastica attraverso un meccanismo di alterata regolazione epigenetica.
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Nella maggior parte dei test diagnostici, la ricerca delle alterazioni del gene JAK-2, in primis la mutazione V617F e le meno frequenti alterazioni a carico dell'esone 12,13 e 14 vengono tutte ricercate su DNA ottenuto dal sangue periferico dei pazienti, in particolare da DNA derivato dai granulociti. Tuttavia questo approccio, se è ormai consolidato nella pratica usuale, porta alla sottostima della frequenza di un'alterazione considerata rara del gene JAK-2, la delezione completa a carico dell'esone 14, che determina la produzione di una proteina JAK-2 troncata. Infatti, mediante sequenziamento diretto, una completa delezione dell'esone 14 era stata finora trovata solo nell'1% circa dei pazienti con malattie mieloproliferative croniche Ph-negative. In questo recente articolo pubblicato sulla rivista PlosOne gli autori, traendo vantaggio da loro precedenti ricerche, che avevano dimostrato come l'analisi dell'RNA può essere più sensibile di quella del DNA per la ricerca delle mutazioni del gene JAK-2 specie nelle fasi precosi di malattia, hanno cercato la presenza della delezione dell'esone 14 del gene JAK-2 in una casistica relativamente ampia di pazienti con MPN utilizzando una RT-PCR con un frammento fluorescente. Questo approccio ha anche il vantaggio di poter utilizzare RNA derivato da plasma e non solo da cellule.
Nove su 61 pazienti (pari al 15%) con MPN diagnosticata sulla base di criteri clinici è risulatato portatore di una delezione totale dell'esone 14, mentre 51 pazienti su 183 (pari al 27%) con MPN sospetta presentavano la stessa delezione; di questi 51, 20 erano anche portatori della mutazione V617F e 31 no. In tutti i casi con la delezione era anche presente la proteina troncata. Infine, nessuno dei 46 controlli sani studiati presentava la delezione dell'esone 14. Questi dati indicano che la delezione completa dell'esone 14 è un evento comune nelle MPN ed è più frequente in quelle V617F negative. Questa osservazione può conferire alla ricerca di questa delezione un'utilità diagnostica e potrebbe avere ruolo nella patogenesi e progressione di queste malattie.
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La mutazione V617F del gene JAK-2 rappresenta il candidato ideale per una terapia molecolare mirata delle MPN. Tuttavia i trial clinici finiora condotti con farmaci inibitori del gene JAK-2 hanno dimostrato la capacità di queste molecole di incidere positivamente su alcuni aspetti clinici quali, la spleneomegalia e sintoni sistemici come la febbre, il prurito, il dimagrimento. Tuttavia finora questi farmaci si sono dimostrati incapaci di incidere sulla storia naturale della malattia. Uno studio a fondo degli effetti di (nuovi) inibitori di JAK-2 sulle cellule staminali e progenitrici neoplastiche, che sono quelle alla fine responsabile dell'insorgenza e della progressione della malattia si gioverebbe di un modello animale in cui l'allele mutato di JAK-2 fosse espresso a livelli fisiologici nelle cellule staminali emopoietiche, così come avviene negli esseri umani. Finora tale modello non era disponibile, in quanto i modelli animali prodotti avevano espressioni di JAK-2 mutato variabili e non paragonabili a quelle osservate nei pazienti. Mullally e collaboratori, al Dana Farber Cancer Institute di Boston sono riusciti a generare un modello murino di MPN, con un quadro patologico molto simile a quello di una policitemia vera mediante un knock-in condizionale di JAK-2V617F, la cui espressione è sotto il controllo del promotore endogeno di JAK-2. Gli autori dimostrano che l'espressione a livelli fisiologici di JAK-2V617F è in grado di orientare fortemente la differenziazione delle cellule staminali emopoietiche verso il compartimento mieloide ed in particolare eritroide e megacariocitario, determinando un quadro midollare e periferico franco di policitemia vera. Dimostrano inoltre che la malattia è riproducubile trapiantando il midollo dei topi knock-in in topi sani irradiati e che la trasmissibilità della malattia è legata al compartimento staminale e non a quello espanso dei progenitorie precursori mieloidi. Tuttavia, mediante esperimenti di ripopolazione competitiva, cioè co-trapiantando in topi sani quantità variabili di cellule staminali sane e cellule staminali con il gene JAK-2 mutato dimostrano anche la staminale mutata non ha un particolare vantaggio rispetto a quella sana nel ripopolare il midollo, suggerendo quindi la possibilità che altri fattori, per esempio una mutazione di TET-2, agiscono insieme a JAK-2 nel determinare l'inizio dell'espansione del clone maligno. A corollario di questa osservazione gli autori dimostrano infine che trattando i loro topi knock-in con un inibitore di JAK-2, si ottiene un miglioramento clinico del quadro simil policitemico ma non si ottiene alcun effetto signifivativo sulla popolazione staminale che dà origine alla malattia. Questo modello oltre ad fornire interessanti e nuove informazioni sul rapporto fra mutazione di JAK-2 e patogenesi delle MPN, rappresenta un ottimo strumento per valutare nuove strategie terapeutiche delle MPNs, non soltanto basate su inibitori specifici di JAK-2 ma anche su sostanze in grado di agire sulla popolazione staminale maligna, indipendentemente dalla presenza della mutazione V617F di JAK-2.(Vai all'abstract
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Circa il 50% dei pazienti affetti da mielofibrosi presenta la mutazione V617F del gene JAK2, ma anche nei casi che mancano della mutazione è stata documentata attivazione abnorme della via di segnalazione cellulare JAK/STAT. In questo lavoro vengono riportati i risultati dello studio di fase 1-2 con un nuovo farmaco inibitore di JAK1 e JAK2, denominato INCB018424, in pazienti con mielofibrosi ad alto rischio, sia con la forma primaria che quella secondaria a policitemia vera o trombocitemia essenziale. Lo studio è stato condotto in alcuni centri americani, coordinato da S. Verstovsek del MD Anderson., Houston. La maggior parte dei 153 pazienti arruolati nello studio ha ottenuto un rapido miglioramento dei sintomi, e più della metà dei casi una riduzione di almeno il 50% del volume della milza, che è risultato in un miglioramento della astenia, dei sintomi sistemici, dei disturbi digestivi. Un'osservazione molto importante è che l'efficacia del farmaco è risultata simile nei pazienti senza la mutazione del gene JAK2. Il trattamento, complessivamente ben tollerato, ha portato a un miglioramento dell'anemia nel 14% dei casi, bilanciato però da una percentuale simile di casi che hanno sviluppato anemia legata al farmaco. Due ulteriori protocolli di fase 3 (studi COMFORT 1 e COMFORT2), sono attualmente in corso negli Stati Uniti e in vari paesi europei, inclusi i centri di Firenze, Pavia e Bergamo che sono parte del gruppo AGIMM. La pubblicazione dello studio è accompagnata da un Editoriale, a firma di A.M. Vannucchi, Firenze, il cui titolo sottolinea quanto questi risultati siano incoraggianti e rappresentino una svolta nel trattamento della mielofibrosi: "Dalla terapia palliativa a quella molecolare in pazienti con mielofibrosi". Al tempo stesso, però, si fa notare come la terapia con il JAK1/JAK2 inibitore non abbia comportato una riduzione significativa della quota di cellule mutate, pure a fronte di miglioramenti clinici importanti. Pertanto, la ricerca di una terapia "eradicante" la malattia è ancora aperta.(Vai all'abstract
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Le deacetilasi istoniche sono delle proteine che regolano l'espressione di geni responsabili della proliferazione, differenziazione e morte cellulare, oltre che di svariate funzioni cellulari. Farmaci inibitori di queste proteine sono stati sviluppati e studiati per la loro attività antitumorale; fra questi il Givinostat ha una attività antiproliferativa e proapoptotica in diverse neoplasie ematologiche. Un precedente studio in-vitro aveva dimostrato una specifica attività di questo farmaco nei confronti di cellule recanti la mutazione V617F del gene JAK2. In questo lavoro del gruppo di Bergamo del Prof. Rambaldi vengono riportati i risultati della prima sperimentazione su pazienti affetti da policitemia vera (PV), trombocitemia essenziale (TE) e mielofibrosi (MF) positivi per la mutazione JAK2V617F. Il 54% dei pazienti con PV e TE ha ottenuto una risposta clinica, e il 19% dei pazienti con MF una risposta maggiore. Nella maggior parte dei pazienti si è osservata la scomparsa del prurito, e la riduzione della splenomegalia si è ottenuta nel 75% dei pazienti con PV o TE e nel 38% dei quelli con MF. Gli effetti collaterali riportati sono stati di grado lieve-moderato e reversibili con la sospensione del farmaco. Questi primi incoraggianti risultati hanno rappresentato la premessa per una successiva sperimentazione clinica in pazienti con PV, che è attualmente in corso in alcuni centri ematologici italiani. (Vai all'abstract
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Recenti studi in pazienti con policitemia vera indicano che il trattamento con interferone alpha possa essere efficace nell'indurre non solo risposte clinico-ematologiche ma anche molecolari, con riduzione fino alla scomparsa della carica allelica della mutazione JAK2V617F. Sebbene la formulazione pegilata dell'interferone sia meglio tollerata rispetto alle preparazioni convenzionali, pur tuttavia un terzo circa dei pazienti presenta effetti collaterali di un certo rilievo. Poiché un inibitore delle proteine anti-apototiche Bcl-2 e Bcl-XL, detto ABT-737, si è dimostrato attivo in studi in vitro contro le cellule della policitemia vera, in questa ricerca condotta al Mount Sinai School of Medicine a New York si sono analizzati gli effetti della associazione di basse dosi di interferone alpha con ABT-737. I risultati ottenuti hanno dimostrato che l'associazione dei due farmaci è attiva in colture in vitro e che l'efficacia è paragonabile a quella ottenuta con alte dosi di interferone, fornendo quindi un razionale all'uso combinato dei due farmaci in futuri trial clinici. (Vai all'abstract
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