Salute

Congelato a −196° e poi risvegliato: l’esperimento sul cervello che stupisce gli scienziati

cervello esperimento
Esperimento cervello (www.progetoagimm.it)

Cosa succede se un cervello viene congelato a 196 gradi? Se lo sono chiesto anche molti scienzati: qual è la risposta.

Un frammento di tessuto cerebrale di topo immerso nell’azoto liquido a −196°C, conservato per giorni e poi riportato a temperatura normale. In condizioni normali questo tipo di trattamento distruggerebbe le cellule. Eppure, una volta scongelato, parte dell’attività neurologica risultava ancora presente.

Il test riguarda campioni dell’ippocampo, una zona del cervello collegata ai processi di apprendimento e memoria. Non si tratta di un cervello intero, ma di porzioni di tessuto usate nei laboratori per studiare il funzionamento delle reti neuronali.

La sorpresa è arrivata durante le analisi successive allo scongelamento: alcune funzioni cellulari risultavano ancora attive e le strutture principali dei neuroni non mostravano danni evidenti.

Cervello congelato, com’è andato l’esperimento

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Cosa ci dice l’esperimento fatto (www.progettoagimm.it)

Quando un tessuto biologico viene congelato, l’acqua al suo interno forma cristalli di ghiaccio. Questo processo provoca la rottura delle membrane cellulari e altera la struttura delle sinapsi, cioè i punti di comunicazione tra neuroni.

È il motivo per cui congelare organi complessi come il cervello è sempre stato un passaggio difficile. I cristalli danneggiano il tessuto in modo irreversibile.

Per ridurre questo rischio, il gruppo di ricerca ha utilizzato la vetrificazione. In questo caso il tessuto non viene congelato nel senso tradizionale: l’acqua non forma cristalli ma passa in uno stato solido amorfo, simile al vetro.

Prima dell’immersione nell’azoto liquido, i campioni sono stati trattati con una soluzione crioprotettiva, una miscela chimica che aiuta a proteggere le cellule durante il raffreddamento rapido.

Dopo questo trattamento i campioni sono stati raffreddati e conservati a circa −150°C per tempi diversi: da pochi minuti fino a sette giorni.

Solo dopo questo periodo i ricercatori hanno riportato lentamente il tessuto alla temperatura normale.

Cosa è successo dopo lo scongelamento

Le analisi hanno mostrato che membrane neuronali e sinapsi risultavano integre. Non sono stati osservati danni metabolici evidenti e i neuroni rispondevano agli stimoli elettrici in modo simile a quelli non congelati.

Il dato che ha attirato maggiore attenzione riguarda il Long-Term Potentiation (LTP).

Il LTP è il processo attraverso cui le sinapsi rafforzano la loro connessione. È uno dei meccanismi biologici associati all’apprendimento e alla formazione dei ricordi.

Nel tessuto ippocampale analizzato questo processo risultava ancora presente. In altre parole, le sinapsi conservavano la capacità di modificare la propria risposta agli stimoli.

Va chiarito un punto: non significa che il tessuto “ricordasse” qualcosa. Il test dimostra solo che il meccanismo biologico di base era ancora funzionante.

I limiti dell’esperimento

Gli stessi ricercatori evidenziano diversi limiti. L’esperimento riguarda frammenti di tessuto, non un cervello completo.

Un cervello umano contiene circa 86 miliardi di neuroni e una rete di connessioni estremamente complessa. Conservare e riattivare un organo intero resta un obiettivo lontano.

Inoltre la ricerca è stata condotta su modelli animali e in condizioni di laboratorio molto controllate.

Nonostante questi limiti, il lavoro indica alcune applicazioni pratiche. Tecniche di conservazione più efficaci potrebbero aiutare a proteggere il tessuto cerebrale dopo traumi o ictus, rallentando i processi di deterioramento cellulare.

Un altro ambito riguarda la conservazione dei campioni neurologici utilizzati nella ricerca scientifica. In prospettiva, metodi simili potrebbero contribuire allo sviluppo di banche di tessuti e organi per la medicina dei trapianti.

La ricerca resta in una fase iniziale. Tuttavia mostra che alcune strutture neuronali possono resistere a condizioni di freddo estremo se il processo di conservazione evita la formazione dei cristalli di ghiaccio.

Per ora si tratta di tessuto cerebrale isolato, mantenuto funzionante dopo uno scongelamento. Un risultato tecnico, più che una svolta immediata nella medicina.

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